Marino arrivò in
paese alla fine degli anni cinquanta con due paia di scarpe e una valigia di
cartone. Arrivò dalla montagna attratto,
come tanti a quell’epoca, dalla possibilità di lavoro e ricchezza che
l’incipiente miracolo economico. Arrivò per evitare una vita da contadino a
tirar via pietre da un campo arso e avaro. Arrivò con la speranza o certezza di
un avvenire migliore. Molte famiglie del paese in quel periodo affittavano
camere a pensione a questi ragazzotti montanari un po’ rustici ma bravi e Marino
si accasò da Nanni pattuendo un fitto equo per entrambi. Un suo parente, cugino
della madre, che era arrivato qualche anno prima e che aveva messo su famiglia,
gli aveva trovato un posto da garzone in fabbrica. Non sapeva fare nulla
Marino, non aveva la minima idea di come si facesse una scarpa, ma aveva mani
buone, buona volontà e capacità di apprendere veloce. Così gli fu facile
pagarsi la pensione, il mangiare, e qualche panno per vestirsi un po’ più
decente di quelli che s’era portato dietro dalla montagna.
Quelli del paese
trattavano con la dovuta diffidenza i forestieri venuti a trovare lavoro, un
po’ come oggi trattiamo gli immigrati e gli extracomunitari. Marino, però, era
di carattere giocoso, buono di indole e di spirito pronto. E poi il suo accento
era sì leggermente montanaro ma non più di tanto, cosicché dopo qualche
settimana già non si capiva quasi più che fosse “di fuori”. Non gli ci volle molto quindi per farsi amici
dei giovani del posto. E cominciò a frequentare delle ragazze. A quell’epoca
queste cominciavano ad emanciparsi, le gonne si accorciavano, gli abiti si
facevano colorati e i caratteri più aperti. Così nella comitiva di Marino ce
n’erano due o tre mica male. Carine, simpatiche e senza tanti pregiudizi.
Lorella era
forse la più bellina, con quell’aria da ragazzetta e gli occhi maliziosi. A
Marino piaceva proprio e sembrava che anche lui non le fosse del tutto
indifferente. Lorella era figlia di operai ed aveva studiato fino alla terza
media. Per Marino, che s’era fermato alla quinta elementare, era intelligente e
colta oltre che bellissima. Non c’era mai stato nulla tra loro se non qualche
battuta e un ballo ad una festa, ma già Marino fantasticava di matrimoni. E
così sapeva che non era cosa facile, operai tutti e due, con la sua famiglia
che dalla montagna certo non avrebbe potuto aiutare più di tanto e quella di
lei che tanto meglio non se la passava: sette figli e uno stipendio.
Mimma era una
ragazza bruttina, un po’ in carne, col seno prosperoso ma le gambe grosse e tozze.
Aveva gli occhi azzurri ma lo sguardo cattivo. Mimma era figlia di famiglia
benestante, commercianti i suoi, e aveva solo due fratelli. Aveva una bella
dote e delle belle prospettive. Aveva anche una cotta micidiale per Marino che,
però, non se ne avvedeva né, anche nel caso se ne fosse reso conto, avrebbe
avuto alcun interesse, innamorato ormai di Lorella. Ma Mimma era ragazza tenace
e quando voleva una cosa era abituata ad ottenerla. Così una sera, ad una festa
che Marino aveva un po’ esagerato col vino, Mimma ottenne quello che voleva o,
almeno, credette di ottenerlo.
L’atto fu
consumato in un campo appena fuori le mura. Mimma toccò il cielo con un dito.
Marino al mattino sì e no che se ne ricordava. Ma dovette ricordarsene presto
perché il grembo di Mimma cominciò a lievitare e quei tempi su queste cose non
si scherzava mica. Cominciarono subito i preparativi per il matrimonio. La
famiglia di lei la prese piuttosto bene, considerando che la figlia
difficilmente potesse puntare ad un partito migliore bruttina e sgraziata
com’era. E poi il montanaro non era affatto male: bravo, educato e pure
caruccetto. La famiglia di Marino non disse né a né o. L’unico chiarimento che
il padre di Marino tenne a precisare fu che loro non avevano una lira e che il
figlio si doveva arrangiare. Il padre della ragazza aveva una casa sfitta e la
fece ripulire e risistemare per la figlia. Per il futuro genero aveva pronto un
posto in bottega. I fratelli della sposa picchiarono un paio di pettegoli che
avevano da fare battute sulla gravidanza della di loro sorella e tutte le
chiacchiere di paese cessarono.
Ma Marino non
era affatto felice e quando per strada incrociò Lorella e questa non lo salutò
abbassando lo sguardo si sentì morire. Prese la lambretta che s’era comprato
con i primi risparmi e andò a casa in montagna. Suo fratello maggiore gli disse
la sua: non doveva sposarsi se non voleva. E quanto Marino gli disse che i
fratelli della sposa l’avrebbero massacrato il suo di fratello gli consigliò di
scappare a Milano, dallo zio Paolo che da anni viveva lì ed aveva un’avviata
attività di commercio. Marino manco se lo ricordava lo zio, ma prese il
telefono pubblico del bar della piazza e, armato di coraggio e disperazione,
telefonò allo zio Paolo raccontandogli la sua tragedia. Lo Zio si disse più che
disponibile di ospitarlo. Marino non tornò al paese ma andò diretto alla
stazione e prese il primo treno per Milano.
La settimana
successiva il caso del montanaro scomparso rimbalzata di porta in porta nel
paese. Non si parlava d’altro e non c’era minaccia di botte o ghigni duri dei
ragazzotti fratelli di Mimma per calmare lo scandalo. Nessuno sapeva dove fosse
Marino ma sembrava evidente che fosse scappato. La Lambretta era stata notata
davanti alla stazione e quello era chiaro indizio di fuga, non di disgrazia. I
fratelli della sposa erano a dir poco infuriati: occorreva trovarlo e occorreva
riportarlo a casa a fare il suo dovere. E la cosa che li imbestialiva di più è
che, se l’avessero trovato, nemmeno potevano spezzargli le ossa: dopotutto era
loro cognato. Ma una bella ripassata senza fratture gliel’avrebbero data,
signorsì.
Furono
interrogati i familiari di Marino e questi negarono di sapere dove il ragazzo
fosse. Anzi, si dissero preoccupati per la sua sorte. Anche il fratello
maggiore, architetto della fuga, si dimostrò ignaro delle sorti del promesso
sposo. Promesso sposo che, intanto, a Milano s’era piazzato a casa dello zio
che l’aveva accolto come un figlio e gli aveva dato pure un lavoro e uno
stipendio passabile.
Passarono così
due mesi, mesi in cui la pancia di Mimma lievitava e le chiacchiere non si
assopirono. I fratelli della sposa non erano persuasi del fatto che i familiari
del futuro cognato non sapessero nulla e tornarono in montagna. Trovarono il
fratello di Marino a riposare seduto vicino la stalla. Anziché prenderlo con le
cattive tentarono la carta del benessere e gli proposero di venire a sua volta
a lavorare al paese, che loro lo avrebbero aiutato a trovare un buon posto e
una buona casa e a patto che egli li avesse aiutati a sua volta a ritrovare il
fratello in fuga. Fatto sta che in montagna cominciava a starsi davvero male.
La campagna produceva poco, il lavoro era duro e il padre stava invecchiando e
non era più quello di una volta. La proposta allettò il fratello di Marino. Si
fece promettere che non sarebbe stato torto un capello allo sposo e spifferò
tutto.
Marino tornò in
paese senza fratture ma con qualche livido sotto i vestiti, dove non si vedeva.
Se ne accorse solo Mimma quando lo abbracciò piena di gioia per averlo
ritrovato e lo sentì lamentarsi quando lo strinse a sé. Si sposarono dopo due
settimane. Ebbero il bambino che Mimma aveva in grembo e altri quattro figli.
Vissero insieme tutta la vita e, a quel che si sa, marino fu marito fedele.
Mimma lo fu per forza di cose dato che il tempo non fu affatto clemente con la
sua già avanzata bruttezza. Marino non parlò più col fratello.